Devil di J. E. Dowdle

Devil è un film di John Erick Dowdle prodotto e, qualcuno dice, sceneggiato da M. Night Shyamalan, il mitico de “Il sesto senso”, “Signs” e “The village”. È un film molto denso, costruito su di un pregiudizio. Cinque persone restano chiuse in ascensore insieme al Diavolo. Essendo parte della campagna promozionale ed essendo scritto perfino sulla locandina, lo spettatore conosce questo dettaglio fin dall’inizio.

Per i primi 20 minuti la tensione è costruita solo su questa informazione. Succedono infinite cose più o meno “normali”: persone entrano in palazzi, perdono ascensori, scelgono di prenderne uno meno affollato, dirigendosi, automaticamente ma inconsapevolmente, verso il proprio destino. Ma chi guarda non è uno spettatore imparziale: conosce una parte della storia in più, quindi osserva ogni spostamento godendo di un’asimmetria informativa che provoca tensione, palpito, emotività, riferendosi ad un dettaglio non ancora raccontato. Tempi diversi, luoghi diversi, informazioni che si intrecciano creando una visione più ricca.

È questo il grande cinema di Shyamalan: sapere che c’è qualcosa, ma non sapere cosa. È un invito al gioco con le nostre capacità sovrannaturali, un sfida ad accogliere un dono che sappiamo qual è, ma proprio per questo preferiremmo farne a meno. È un duello a distogliere lo sguardo per ultimi, un mostrare una cosa difficile da mostrare: il pregiudizio, appunto.

Quello sicuro istinto che, al risveglio, ti fa dirigere implacabile verso la doccia, o, dopo una sbronza, ti fa raccogliere senza esitazione quella lattina calda per berne ancora po’, può guidarti sui binari del terrore.

È un qualcosa di cui potremmo volentieri fare a meno, ma che ci accompagna sempre. Lo schema e la ripetizione sono difficili da schivare, ma soprattuto sono indispensabili per capire la vera natura dello schema stesso. Il pattern, ripetendosi, si svela, ogni volta un po’ di più. Fino a che il soggetto dello schema non si libera, non è pronto per andare oltre.

Come il Diavolo che non è cattivo, ma lo dipingono così (ancora un pregiudizio?): sul finale, addirittura, salva una persona, nel senso che è il mezzo che consente ad quella persona di salvar-si. Salvare non è un verbo transitivo, liberare nemmeno. Sono due riflessivi.

Ma abbiamo bisogno di una mano: le mani continuamente tese dei nostri comportamenti, delle cose che ci accadono (ed accadono), delle parole che ci vengono rivolte.

Tutti nell’ascensore con il Diavolo, allora! Per stare, finalmente, attenti.

Share

Il mutamento, il flusso, Google

La scorsa settimana è venuto a Roma il maestro cinese: Master Chen Bing. Ha fatto praticare il Tai Chi Chuan con la spada ed a mani nude, parlando del mutamento.

Il mutamento è connaturato ad ogni cosa di questo mondo, animata ed inanimata. L’alternanza dell’essenza Yin e di quella Yang permettono che tutto sia, che tutto si trasformi e, contemporaneamente, permanga in una stato sensibile.

L’estremo Yin ha, al suo interno, il seme del cambiamento: una scintilla di Yang. E vale anche il viceversa. Questa mancanza di equilibrio tiene le redini dell’equilibrio del Mondo fenomenico.

Quando ci si ribella al mutamento, accade qualcosa: si arresta il flusso, anche se solo per un istante. Ma il flusso ha un’intelligenza molto sviluppata e sa dove deve arrivare, e sa anche che le strade per farlo sono infinite. Per questo l’arresto è un batter d’ali di farfalla, e contiene in sé già il principio del movimento successivo.

Il flusso dialogante di un combattimento può avere un risultato o un altro, è solo una questione di istanti, di ascolto. Ma il flusso deve continuare.

E l’ennesima vittoria personale, o una sconfitta, non è niente: è solo una continuazione del flusso perfetto.

Per imparare a vincere, bisogna sapere che significa perdere. Per entrare, bisogna prima accogliere. Per andare a destra, bisogna necessariamente conoscere della sinistra. È una sensibilità diffusa, come quella pittore che disegna e colora e sa quello che sta facendo, anche se, momento per momento, non potrebbe spiegarlo.

Come scegliere se affrontare o accogliere una carica della polizia. Come scegliere se parteciapre a degli scontri di piazza, in strada, o prendere una via secondaria. Come votare la fiducia vendendo quella in se stessi.

Come se Google conoscesse il contenuto delle tue ricerche, come se sapesse cosa è necessario per il tuo flusso. In realtà Google già lo sa, e te lo dice, basta saperlo ascoltare.

Non è molto di più che vivere, con consapevolezza, ogni istante. Anche quando, con perfezione, si va verso l’abisso. Anche quando, con perfezione, si trova la soluzione definitiva. Ed è, sempre, bello e vitale.

Basta solo saper guardare.

Share

Warlocks, il surf, lo sguardo

L’altra sera sono andato a recuperare il mio ingranditore.. per  venderlo. Che ogni tanto bisogna disfarsi delle cose che non sono più importanti. Lasciar andare, si dice.

Bella, la fotografia analogica. Mi ha dato tutto in molti passaggi, ma ora è giusto lasciarla andare..
Poi, per celebrare questo distacco amichevole, mi sparo i Warlock. Che son bravi, sembrano proprio la colonna sonora di un addio che non pesa, di un passaggio dovuto, gioioso e solenne.

Perchè il segreto è che si divertono, e la loro onda divertita arriva anche all’osservatore, che muta da osservatore ad osservato e si diverte a sua volta. Proprio come quando fai una foto, che se l’osservatore all’improvviso muta di ruolo hai un’alchimia magica: il famoso tra(s)guardo dello sguardo in macchina.

‘Mazza che interminabili appostamenti per farsi guardare… quei riff dal palco lunghi e ripetuti, un surf marziale ma consolatorio, condensano (od espandono) quei momenti.. e la memoria vola: a quello scatto in quel cono di luce in un mare d’ombra e quanti passano e guardano in terra perchè non sanno di essere guardati, che se lo sapessero si metterebbero quanto-meno in posa, o magari si arrabbierebbero, ma sarebbero diversi da quello che sono mentre guardano in terra e dentro di loro, negandomi l’accesso, negandosi alla ripresa perfetta, negandosi anche di guardare. Ed allora li guardo, io, fin quando li catturo, quegli occhi. Ne è valsa la pena, come sempre. Essere guardati è una gran cosa. Come quando ti giri a guardare un bel culo, ma quello non vede oltre il fondo dei suoi pantaloni ed allora te ne vai per la tua strada, ma se ti avesse guardato..

Fare le foto è una gran cosa. Guardare per, in fondo, essere ricambiati. Era l’incrocio quello che cercavo.

Ora tutti i miei negativi vergini li ho venduti, come la mia macchina 35mm, e farà la stessa fine anche il mio ingranditore ed i dischi dei Warlocks.

E qualcuno li troverà, e per lui saranno importanti come lo sono stati per me.

le Cose sono importanti. Bisogna solo, alla fine, lasciarle andare.

Per non perderle.

Share