Come essere Rambo in 4 settimane

Il mio rifleso nello specchio. Come guardare una videata di streetview e vedersi. Colpito dal cecchino elettronico. L’armistizio. Scappare dal vedersi. Trovarsi e, per questo, perdersi. Anche solo per un istante.

Questi giorni sto osservando e sentendo i miei limiti. Il limite del mio corpo, del mio respiro, della mia digestione, la portata della mia voce. L’ambito all’interno del quale io sono io, l’ambito dell’ ”io sono”. Spesso è difficile, ogni volta è più di uno sforzo, quindi una piccola sconfitta. Ogni volta l’ascolto è doloroso, forzato. Ma anche in quello sforzo, nella sospensione dei tentavi di annullarlo, c’è un passo in avanti. Osservazione senza analisi.

Come accettare anche le cose malvagie, tristi e nere, solo perchè sono tue e devi farci i conti.Ad un tratto posso chiamare per nome i fantasmi, posso vedere ed, infine, smettere di guardare. Distogliere lo sguardo per osservare altro, tutto l’altro, ed anche quello che stavo guardando.

Come fa Stallone con i suoi eroi: Rambo e, soprattutto Rocky.

Posso accettare la furia omicida, il non saper fare altro se non il mercenario, il bisogno dell’odore del sangue, l’essere un juke box che racconta le storie di quando combatteva con Apollo Creed.

Posso tener per mano il tempo, che è sempre gentiluomo, e lasciarmi condurre sugli unici passi da calcare: i miei.

Per fare questo, bisogna essere: un assassino, o un profeta, o un barbiere o una ereditiera. Sentire il proprio ruolo ed andare oltre il ruolo, per far rimanere solo la realtà. Nella presenza.

Fare i conti con i propri sé, come fare i conti con una mappa, come guardare l’omino di streetview e ricordarsi che quello non è vero, è una foto, un momento che già non c’è più. Ed allora intellettualizzare sul presente, linea di separazione tra passato e futuro, la cui esistenza è così sottile… l’interstizio, ascoltare il vuoto, rendersi conto del silenzio tra i tasti battuti, la presenza. Il presente come presenza, il presente come assenza di passato e futuro.

Tutto qui. Tutto adesso. Perchè in ogni momento della mia vita ho vissuto ora, vivo ora, vivrò ora.

E basta.

 

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L’esplosivo piano di Bazil di J.P. Jeunet

Il cinema di Jeaunet è godibile perchè usa sfacciatamente gli strumenti del cinema, mettendone in scena la fascinazione e l’ipnosi. E già sarebbe (meravigliosamente) tutto qui.

Questo ultimo film, in particolare, espande un salto indietro nel tempo e nello spazio, come in un luogo a gravità accresciuta. Come (quasi) sempre quando si parla del francese. Racconta il viaggio di questo carrozzone di 8 persone: Bazil, che ha una pallottola in testa e può morire da un momento all’altro, ma prorpio per questo decide di vivere; un uomo cannone; una contorsionista; una freak della quantificazione; un africano; un ingegnere del recupero; un vecchio, saggio capo.

Questi cercano di fare le scarpe a 2 produttori e trafficanti di armi. La cosa veramente straordinaria, questa volta, è che ognuno fa solo il suo mestiere, usa il suo talento: l’uomo cannone, ad esempio, è solo un uomo cannone. Così come i trafficanti d’armi, lungi dall’essere buoni o cattivi, son solo trafficanti. Il cinema ci rivela che in una storia ognuno è quello che deve essere, e nulla più, ma anche niente di meno. Immagina Gasparri che, invece di ripetere a marionetta le battute scritte da un pessimo sceneggiatore, di colpo fosse lui stesso e tacesse. Come se tacesse quella voce nasale che anima i nostri discorsi, come se all’improvviso un caldo silenzio avvolgesse tutto e permettesse al tutto di parlare.

Ecco scomparire, per una volta, ogni doppiezza, ed il gioco del doppio è necessario proprio per questo: 2 valigie, 2 trafficanti, 2 tiri di cannone, una coppia che si innamora, molte storie.

Ma soprattutto una sublime scena conclusiva, in cui si (s)vela l’inganno dei sensi, che tramuta in immagini le percezioni e ci convince della verità  di eventi meno che reali.

“Oggi papà si è perfino paragonato a Rimabud!” – “Bravo, papà ma devi farti venire più muscoli!” – ”Rimbaud, figliolo, non Rambo.”

L’illusione ed il malinteso che costruiscono mondi.

Una volta tanto, perfetti.

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