Un anno in due giorni

Quando andare significa comprimere: comprimere il respiro, per sostenere la colonna vertebrale. Comprimere  l’impazienza, per aprire il cuore alla bellezza ed alla forza. Comprimere la sfiducia, per aprire il centro al nuovo che arriva ed al vecchio che si trasforma. Comprimere il tempo, per trovarlo senza guardare l’orologio. E’ come tornare dalla fine del palindromo, ridiventare feto, scindersi di nuovo nei 2 o solo restere 1.

Si comprime per accettare e fare un punto, creare il punto più denso ed incorporarlo nel proprio divenire, che in quel punto si arresta e subito riparte in ogni direzione.

Quando non c’è più quando, l’equivoco nasce dalla comunicazione, dalle falle aperte perchè si vuole capire, si vuole seguire un ordine, si vuole comandare. Si vuole dominare il flusso, che incurante continua a fluire gioioso e zampilla da ogni cosa, che si illumina e ride della propria libertà.

E poteva essere un giorno, ma sono due. Ma dormire è più importante del tempo, è quando il tempo gioca intermittente e si trasforma in ritmo. Forse chi ha invetato i tamburi li ha trovati in sogno. Forse non si può inventare nulla, che già tutto è sotto il sole.

Basta lasciarsi vederlo.

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Stando attenti che se la neve cade puoi cadere anche tu

Bella, la neve: apre una percezione attutita e, proprio per questo, accresciuta. Ti concede un attimo di solitudine: poco da guardare, poco da ascoltare, ghiaccio da odorare.

Sentire il caldo del corpo, per non dimenticarsene. Sentire dove finisce l’onda termica, sentire dove arriva l’influenza della bobina.

Vedere uno che scivola, finalmente liberato dalla gravita’: coglierne l’eleganza, la naturalezza del tonfo, un fiocco troppo grande per rialzarsi davvero. Che, nonostante il peso, si risolleva leggero.

Perche’ il destino della neve e’ di tornare in cielo, cadere e rialzarsi.

Andare sempre avanti, tornare sempre indietro.

Il palindromo al contrario.

Quando tornare, se ri-tornare

Parlando del ritorno… il ritorno è una gran cosa. Come in un labirinto, che la sfida è raggiungere il centro, ma l’altra metà della sfida è tornare indietro. Che poi in fondo un labirinto è una linea retta. Il punto è capire il momento e da quale posizione iniziare a tornare.

Quando si comincia una sessione di massaggio thai, si ascolta il corpo del paziente, si capisce quali sono i punti che sono andati troppo avanti, quelli che son rimasti eccessivamente indietro. Nel corso della sessione, si equilibra questa condizione e si crea una unità che permette al corpo di muoversi alla velocità dell’intento. E’ uno strumento per tornare. Per infrangere l’immagine del movimento che si crede sia autentico, ma è solo un velo attraverso diventa sempre più difficile guardare, col tempo.

L’essenza del movimento, anche di quello meccanico,  è la quiete, di nuovo, nel senso dell’abbandono della sovrastrutture della mente e dell’inconscio, che accumulano gli strati emozionali e spirituali in punti che, in ultima analisi, non sentiamo più, ed è come non averli. E son punti di blocco, accumulo, od estrema debolezza, che comunque vengono by-passati dai meccanismi di aggiustamento del corpo, che ha una sua propria intelligenza ed anche una sua propria, deliziosa, stupidità.

Proprio come noi, i padroni del corpo, gli schiavi della mente.

Libertà per tutti.

Usare, smettere di consumare.

Anche i momenti.

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Essere palindromo, avere un senso

Il palindromo è una parola che letta da sinistra a destra (la normalità per la scrittura occidentale) o da destra a sinistra (la normalità per la scrittura mediorientale) permette di formare la stessa parola di senso compiuto in una determinata lingua. Oppure no.

La cosa che mi salta all’occhio è che, in fondo, “qqqqqq” è un palindromo, anche se privo di senso. Allora a che serve il senso, se di senso sei già carico? Ovvero, l’essere palindromo è sufficiente, per una parola priva di senso, per acquisirne uno?

Infine, è necessario che un palindromo abbia un senso? Tecnicamente no, fattualmente lo acquisisce per la sola definizione di palindromo. È come quando Saviano ha parlato della manifestazione e della sua violenza, e tutti gli si sono scagliati contro: si son scagliati contro la connotazione violenta dei manifestanti e della polizia (peraltro, sembra, entrambi ineccepibili nei loro difficili ruoli sub-partes) o contro Saviano che, di per sé, è già significativamente carico di senso?

Quando piango, chi mi guarda è importante sappia il motivo? O è sufficiente che io pianga? Il senso è l’oggetto della ricerca, il bene ultimo per cui l’uomo naviga in mezzo ai fulmini della tempesta.

Come Adamo, che vedendo Eva credeva di aver trovato un punto d’approdo nella sua solitudine e si presentò: MADAM, I’M ADAM!

Quindi basta piangere, che poi non ha senso.

A meno che il senso non glielo dia chi piange. Ed in quel caso diventa significato. Aspettando TRON.

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