La tempesta ed il Cigno

Il petrolio è un’ottima metafora di quello di cui ha bisogno ogni essere umano: cercare e, una volta trovato, raffinare ed usare, al limite inquinando. La stessa operazione dell’alchimia, della ricerca della pietra filosofale, del feto immortale.

Liberare il desiderio per liberarsi: altra forma di opera raffinata.

Ma raffinare significa levare, sottrarre, trasformare, distillare. Una buona grappa, concentrazione ed essenza.

Come ne “Il Cigno Nero”, di D. Aronofsky, bisogna accettare la propria parte oscura, coglierne i processi creativi, legarsi agli impulsi bestiali attraverso i quali essa ci guida. Così come bisogna abbracciare la propria parte chiara, la sua energia conservativa ed amorevole, la sua quasi ottusa apertura intellettuale e relazionale.

Non come il James Franco di Danny Boyle, film dalla maschera rivoluzionaria ma che include una abbacinante carica conservatrice, sia dal punto di vista visuale che narrativo, il quale vive una storia incredibile e sceglie di continuare come se mai l’avesse vissuta.

“Imparare uno strumento vale come qualsiasi altra cosa. Si tratta di sviluppare noi stessi come esseri umani, cambiare durante questo viaggio” ricorda Dylan Carlson dei mastodontici Earth.

Liberare il desiderio, annullare il desiderare. Raffinare la sua energia logorante, maleodorante e corrosiva. Accettare il dolore, smettere di avere il marmo sul cuore.

Dal marmo si crea, il diamante riluce.

Sapere dove rivolgere lo sguardo.

Conoscere cosa si riflette sull’argento dello specchio.

Scavare senza aspettarsi nulla, finalmente tacere.

Quando il cuore è quieto, il mare in tempesta sembra un buon amico.

Perchè lo è.

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Devil di J. E. Dowdle

Devil è un film di John Erick Dowdle prodotto e, qualcuno dice, sceneggiato da M. Night Shyamalan, il mitico de “Il sesto senso”, “Signs” e “The village”. È un film molto denso, costruito su di un pregiudizio. Cinque persone restano chiuse in ascensore insieme al Diavolo. Essendo parte della campagna promozionale ed essendo scritto perfino sulla locandina, lo spettatore conosce questo dettaglio fin dall’inizio.

Per i primi 20 minuti la tensione è costruita solo su questa informazione. Succedono infinite cose più o meno “normali”: persone entrano in palazzi, perdono ascensori, scelgono di prenderne uno meno affollato, dirigendosi, automaticamente ma inconsapevolmente, verso il proprio destino. Ma chi guarda non è uno spettatore imparziale: conosce una parte della storia in più, quindi osserva ogni spostamento godendo di un’asimmetria informativa che provoca tensione, palpito, emotività, riferendosi ad un dettaglio non ancora raccontato. Tempi diversi, luoghi diversi, informazioni che si intrecciano creando una visione più ricca.

È questo il grande cinema di Shyamalan: sapere che c’è qualcosa, ma non sapere cosa. È un invito al gioco con le nostre capacità sovrannaturali, un sfida ad accogliere un dono che sappiamo qual è, ma proprio per questo preferiremmo farne a meno. È un duello a distogliere lo sguardo per ultimi, un mostrare una cosa difficile da mostrare: il pregiudizio, appunto.

Quello sicuro istinto che, al risveglio, ti fa dirigere implacabile verso la doccia, o, dopo una sbronza, ti fa raccogliere senza esitazione quella lattina calda per berne ancora po’, può guidarti sui binari del terrore.

È un qualcosa di cui potremmo volentieri fare a meno, ma che ci accompagna sempre. Lo schema e la ripetizione sono difficili da schivare, ma soprattuto sono indispensabili per capire la vera natura dello schema stesso. Il pattern, ripetendosi, si svela, ogni volta un po’ di più. Fino a che il soggetto dello schema non si libera, non è pronto per andare oltre.

Come il Diavolo che non è cattivo, ma lo dipingono così (ancora un pregiudizio?): sul finale, addirittura, salva una persona, nel senso che è il mezzo che consente ad quella persona di salvar-si. Salvare non è un verbo transitivo, liberare nemmeno. Sono due riflessivi.

Ma abbiamo bisogno di una mano: le mani continuamente tese dei nostri comportamenti, delle cose che ci accadono (ed accadono), delle parole che ci vengono rivolte.

Tutti nell’ascensore con il Diavolo, allora! Per stare, finalmente, attenti.

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