Stando attenti che se la neve cade puoi cadere anche tu

Bella, la neve: apre una percezione attutita e, proprio per questo, accresciuta. Ti concede un attimo di solitudine: poco da guardare, poco da ascoltare, ghiaccio da odorare.

Sentire il caldo del corpo, per non dimenticarsene. Sentire dove finisce l’onda termica, sentire dove arriva l’influenza della bobina.

Vedere uno che scivola, finalmente liberato dalla gravita’: coglierne l’eleganza, la naturalezza del tonfo, un fiocco troppo grande per rialzarsi davvero. Che, nonostante il peso, si risolleva leggero.

Perche’ il destino della neve e’ di tornare in cielo, cadere e rialzarsi.

Andare sempre avanti, tornare sempre indietro.

Il palindromo al contrario.

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Il Calabrone Verde e l’Ombra Nera

Una montagna può arrestare la pioggia? È sufficiente il Grande Altro e la Legge del Padre per trasformarsi in un calabrone verde? O forse bisogna avere una forte pre-disposizione…

Tre entità si rincorrono in circolo, senza volersi toccare, con il segreto desiderio di dominarsi ma la speranza che lasciando fare agli altri le cose possano andare a posto da sole: un autore, un comico, l’ombra di Bruce Lee (o la Sony Movie Picture). Le tre figure della “Ruota della Fortuna” degli Arcani Maggiori.

Bruce Lee come Bruce Labruce, essere perfetti in quello che si sa fare meglio (far soldi, per la Sony).

Un comico grande e grosso, egomaniaco e strafottente, ma bravissimo come strafottente.

Un autore da sempre, per sempre, cerebrale e freddo, lontano dalle lezioni di stomaco di Godard, ma altrettanto impegnato a ca(r)pire il segreto dell’immagine.

Lavorano tutti usando lo stesso mezzo: la sorpresa. La stessa sorpresa che ti dona presenza, il ricordo istantaneo del momento in cui ti riesci a sorprendere. L’eterna sorpresa del poter essere sempre sorpresi.

Una delle prime maschere della storia ci regala un conflitto atavico: la lotta con l’ombra padre. Da superare nella sua memoria, domando il presente, accorgendosi di quanto poco ingombri l’ingombrante ricordo. Rimane solo tenerezza, quello che sei diventato anche grazie a Lui. La vera sorpresa è quella meno sorprendente, più diretta.

Quel che rimane è tanta ammirazione per il cattivo, per l’ombra, senza la quale la luce non potrebbe brillare.

Infine, grazie a Tutti.

 

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D’inverno

L’inverno mi piace, è potente e lo rispetto. RIspetto questo suo spirito calmo, immobile. Questa enorme potenzialità nascosta nello standing still. Come se una statua, all’improvviso, cominciasse a muoversi ed a danzare: questo è l’inverno.

Risparmiare, tesaurizzare, metter da parte. La lezione della formica è lavorare e risparmiare in estate, ma è l’inverno che ti costringe a fare i conti con quello che hai, nel silenzio. Nel buio della terra trovare le energie per rompere il guscio, trovarle sapendo già di averle, sapere dove sono, solo aspettare il momento giusto.

Essere pazienti, come l’assassino. Come il predatore. Essere immobili, come la preda, come il camaleonte.

Non fare nulla, sottrarre, arrestarsi al necessario, all’essenziale. Fare un salto (all’) indietro, tenere la propria mano, sentire il limite per accogliere tutto quello che può essere utile

Cercare, lasciarsi andare, trovare e di nuovo lasciare.

Perchè quando tutto è fuori fuoco, non rimane nulla da afferrare. Quella antica storia dell’ultimo umano in mezzo ai vampiri: chi è il mostro?

La scelta del fuori fuoco o del fuoricampo sottinteso è la scelta del tutto, l’essere parte del tutto, guardarlo e non fissarsi su niente. Proprio quando la totalità mi soffoca ed io vi annego felice: quando respiro in un liquido nuovo.

Eppure, è lo stesso di tutti i giorni.

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Come essere Rambo in 4 settimane

Il mio rifleso nello specchio. Come guardare una videata di streetview e vedersi. Colpito dal cecchino elettronico. L’armistizio. Scappare dal vedersi. Trovarsi e, per questo, perdersi. Anche solo per un istante.

Questi giorni sto osservando e sentendo i miei limiti. Il limite del mio corpo, del mio respiro, della mia digestione, la portata della mia voce. L’ambito all’interno del quale io sono io, l’ambito dell’ ”io sono”. Spesso è difficile, ogni volta è più di uno sforzo, quindi una piccola sconfitta. Ogni volta l’ascolto è doloroso, forzato. Ma anche in quello sforzo, nella sospensione dei tentavi di annullarlo, c’è un passo in avanti. Osservazione senza analisi.

Come accettare anche le cose malvagie, tristi e nere, solo perchè sono tue e devi farci i conti.Ad un tratto posso chiamare per nome i fantasmi, posso vedere ed, infine, smettere di guardare. Distogliere lo sguardo per osservare altro, tutto l’altro, ed anche quello che stavo guardando.

Come fa Stallone con i suoi eroi: Rambo e, soprattutto Rocky.

Posso accettare la furia omicida, il non saper fare altro se non il mercenario, il bisogno dell’odore del sangue, l’essere un juke box che racconta le storie di quando combatteva con Apollo Creed.

Posso tener per mano il tempo, che è sempre gentiluomo, e lasciarmi condurre sugli unici passi da calcare: i miei.

Per fare questo, bisogna essere: un assassino, o un profeta, o un barbiere o una ereditiera. Sentire il proprio ruolo ed andare oltre il ruolo, per far rimanere solo la realtà. Nella presenza.

Fare i conti con i propri sé, come fare i conti con una mappa, come guardare l’omino di streetview e ricordarsi che quello non è vero, è una foto, un momento che già non c’è più. Ed allora intellettualizzare sul presente, linea di separazione tra passato e futuro, la cui esistenza è così sottile… l’interstizio, ascoltare il vuoto, rendersi conto del silenzio tra i tasti battuti, la presenza. Il presente come presenza, il presente come assenza di passato e futuro.

Tutto qui. Tutto adesso. Perchè in ogni momento della mia vita ho vissuto ora, vivo ora, vivrò ora.

E basta.

 

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Come costruire un uovo dai pezzi del suo guscio

Come ci si sente a scoprire che qualcuno ha già fatto i puzzle con le migliori esplosioni atomiche della storia? Come ci si sente a scoprire che esistono le esplosioni atomiche?

È come quando stai a guardare la Madonna e lei all’improvviso ti mostra le tette. O era Madonna?

È bello avere un blog, avere un posto dove scaricare quello che il pensiero a volte non riesce a cogliere, ma che, se fissato, può palesarsi.

La mente, in continuo movimento, è l’unica cosa che sarebbe meglio stia ferma. Il movimento è indispensabile per la vita, per l’evoluzione, e la mente lo sa. Per questo sta in movimento. L’eccessivo movimento ti impedisce di godere, però, il momento “ora”. Quell’adesso continuo che invece è l’unico accesso ad una maggiore presenza. Allora si medita, si cerca, si pensa, ci si spacca la testa. Ma tutto è lì a portata di mano: sentire, ogni momento, il proprio cuore.

Percepirne i sentimenti sarebbe molto bello, ma basta ascoltarlo battere. Basta sentire il proprio corpo: sentire il sudore, sentire il rumore, sentire lo smog sulla pelle. Sentire l’umido della saliva della donna che ami. Sentire, e non giudicare. Sentire, e stare, senza scappare in un momento nel pensiero “mi piace-che schifo”, “sarebbe meglio-potrei fare”.

Senza scappare in “potrebbe essermi utile-mi fa male”, “ho paura-devo smettere-devo cambiare”.

Troppe volte ho sentito dire “avresti potuto fare”, troppe volte Maradona ha ciccato il tiro decisivo. Non giudicare, guarda il replay, se riesci non guardarlo proprio.

Un impianto ad alta fedeltà serve ad ascoltare meglio, ascoltare tutto. Ed è bello, ogni tanto, metterci una brutta canzone.

Perchè c’è sempre qualcosa di più da ascoltare.



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Quando tornare, se ri-tornare

Parlando del ritorno… il ritorno è una gran cosa. Come in un labirinto, che la sfida è raggiungere il centro, ma l’altra metà della sfida è tornare indietro. Che poi in fondo un labirinto è una linea retta. Il punto è capire il momento e da quale posizione iniziare a tornare.

Quando si comincia una sessione di massaggio thai, si ascolta il corpo del paziente, si capisce quali sono i punti che sono andati troppo avanti, quelli che son rimasti eccessivamente indietro. Nel corso della sessione, si equilibra questa condizione e si crea una unità che permette al corpo di muoversi alla velocità dell’intento. E’ uno strumento per tornare. Per infrangere l’immagine del movimento che si crede sia autentico, ma è solo un velo attraverso diventa sempre più difficile guardare, col tempo.

L’essenza del movimento, anche di quello meccanico,  è la quiete, di nuovo, nel senso dell’abbandono della sovrastrutture della mente e dell’inconscio, che accumulano gli strati emozionali e spirituali in punti che, in ultima analisi, non sentiamo più, ed è come non averli. E son punti di blocco, accumulo, od estrema debolezza, che comunque vengono by-passati dai meccanismi di aggiustamento del corpo, che ha una sua propria intelligenza ed anche una sua propria, deliziosa, stupidità.

Proprio come noi, i padroni del corpo, gli schiavi della mente.

Libertà per tutti.

Usare, smettere di consumare.

Anche i momenti.

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