Dal 1906

Un rito che si ripete, ogni sera, da più di cento anni. Un avvocato a Londra che rinuncia a tutto questo, che non vuole che il rito sia tutta la sua vita.

La libertà è capire chi siamo, dove andiamo. Cosa ci guida.

Il concetto di libertà, se compreso profondamente, rivela tutto il suo potere: si è veramente liberi se si smette di scegliere. Il flusso sceglie per te, e finalmente sei scelto. O, meglio, ti lasci scegliere.

Al contrario, la libertà può essere una gabbia dalle sbarre sottilissime, ma dalle cui maglie è impossibile fuggire. Essere liberi e vittima delle proprie libertà. Senza il coraggio di essere libertini, solo affermando continuamente la propria possibilità di scegliere.

Quando si esce dalla gabbia, si entre nel fiume, e tutto scorre.

Verso il mare

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Lasciarsi scegliere

Ho letto questo, a proposito di un tipo americano che un giorno ha scelto 100 cose tra quelle che aveva ed ha cestinato il resto. E, ancora prima, ha scelto di fare quella scelta.

La scelta giornaliera è proprio questa: che faccio, tengo o lascio? E’ un respiro, un continuo prendere alternato al lasciare, o meglio lasciar andare. Una selezione, dunque, una discernere, un separare. No.

Se lasciare è una scelta, la scelta è un orpello di cui ci fregiamo dietro il simulacro della libertà. Solo quando dimentico tutto, mi svuoto, trovo quello che mi serviva. Lasciare anche questa zavorra, e soprattutto accettare di poter volare senza, è qualcosa che si sente ma non si spiega. Allora scelgo, veramente, quando smetto di scegliere, ma solo accetto quello che accade, e seguo il filo della mia felicità.

Solo allora la sensazione di bellezza si fa intensa, l’armonia  domina. Ovvero, ha sempre dominato, ma solo allora la posso coglierla.

Anche in un viso che piange, anche in un dolore necessario.

Il mio.

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Auguri di Buone Feste

Oggi ho visto un uomo, su di un tetto, vicino a me, stupito per un gabbiano posato lì vicino, che vagava inebetito da qualche minuto. Ha voluto fotografarlo col cell. “Speriamo che non se ne voli via”. Ma se è stato lì fino ad adesso, perché dovrebbe andare via proprio ora che finalmente lo hai guardato? Perchè dovrebbe ribellarsi all’essere catturato e divenire tuo per sempre? All’essere ca(r)pito?La più bella strenna che possiamo fare a noi stessi: guardare una cosa ed accettarla, senza trattenerla. La foto serve a questo, più dello sguardo, per continuare a farlo anche dopo che il momento è terminato. Anche quando tutto sembra finito. Ma è appena cominciato.

Siamo tutti qui per essere guardati.

Auguro a tutti lo sguardo necessario.

Buone Feste.

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Tra il bar e la storia

Dedicato a chi ha le carte in mano ed ha saputo come giocarle.

Grande Vecjo… Che certo calcio, come diceva anche Carmelo Bene parlando di Maradona, è teatro. E’ quel qualcosa più della vita che dona un fremito da ri-trovare in ogni momento nella vita stessa.

Ricordo la dolce follia della vittoria sdoganarsi in atti, alla fine, carichi di senso. E la vittoria era solo quella.

Un piacere da condividere, un piacere di ognuno.

L’importanza del direttore d’orchestra che fa vivere, adesso, partiture mute.

Sorridendo.

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La cultura pop per ri-formare la riforma

Amo le forme ibridate. Le scoprii per la prima volta ascoltando i Rage Against the Machine, così sfacciatamente bifronti tra metal e rap, e capii, finalmente, il senso della parola “cross-over”. Oggi siamo tutti un po’ ibridi, ed è un bene. Essere permeabili arricchisce i panorami, rende l’aria più leggera. Autorizza (e la legge è importante) ad essere più vicini a quello che si vuole rappresentare, a volte perfino a quello che si vuole essere.

Le nuove forme con sempre meno forma ci aiutano, si mischiano, ci permettono di mischiarci. Ecco perchè l’ibridazione dei linguaggi mi affascina. Una storia come quella di “Scott Pilgrim VS. il mondo”, ancor prima che la formazione di un ragazzo che si estrae spade dal petto ma fatica a trovare lavoro, racconta quella nostra: la formazione di ragazzi/e cresciuti/e a fumetti, videogiochi, videoclip, cultura pop lanciata dai potenti cannoni della comunicazione di massa.

Quindi “Buried”, che sperimenta un vecchio linguaggio in un nuovo spazio, espandendolo fino all’inverosimile, rubando letteralmente, minuti ai nostri orologi, fa sorridere; è anche la metafora di una serie di attività cui diamo importanza ma che, davvero, poi non ne hanno tanta.

La nostra classe politica ama un popolo sempre più pop, dal quale attingere manodopera a basso costo ed potere d’acquisto che, sui numeri, basa comunque l’impero dei pochi.

Ma la vera cultura pop nasce, inconsapevolmente, come interstizio rubato a questo meccanismo. È la leva piazzata nell’ingranaggio giusto, che fa saltare tutto il macchinario. E’ deliziosamente ed incosapevolmente antagonista di se stessa.

Per scardinare il precostituito, per disarticolare quello che ci viene pro(-im-)posto, la piazza aiuta, ma la cultura fa di più. Oggi la cultura non costa più, quindi è di tutti. Tutto è cultura pop, anche le follie di Guy Debord sono una nicchia pop oramai neanche troppo piccola. Anche i fumetti di Alan Moore o i misuratori vitali di Mortal Combat. O stare su un trattore ad arare e seguire il corso delle stagioni.

La cultura pop si ibrida e le sue ibridazioni sono super eroi vestiti da donne in carriera adoratrici di porno amatoriale. Donne vestite da generale che sfornano crostate che rendono più intelligenti. Cattivi che nascono Cattivi ma poi voglio fare i Buoni (Megamind).

Quest è la forza, questo è quello che la Gelmini, con la sua piccola riforma, non riuscirà a fare. Ma che potrebbe realizzare Hirst facendola a fette e mettendola in formaldeide, come gli squali. In fondo anche Lei è un supereroe (o un cattivo?).

La leva della cultura pop è importante. Tutti in piazza a mostrare quanto siamo pop, quanto si può riuscire ad esserlo solo provandoci.

Troviamo la cultura, per poi lasciarla, e lasciarci andare.

La nostra cultura ibridata, ma per questo unita.

Una.

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Essere palindromo, avere un senso

Il palindromo è una parola che letta da sinistra a destra (la normalità per la scrittura occidentale) o da destra a sinistra (la normalità per la scrittura mediorientale) permette di formare la stessa parola di senso compiuto in una determinata lingua. Oppure no.

La cosa che mi salta all’occhio è che, in fondo, “qqqqqq” è un palindromo, anche se privo di senso. Allora a che serve il senso, se di senso sei già carico? Ovvero, l’essere palindromo è sufficiente, per una parola priva di senso, per acquisirne uno?

Infine, è necessario che un palindromo abbia un senso? Tecnicamente no, fattualmente lo acquisisce per la sola definizione di palindromo. È come quando Saviano ha parlato della manifestazione e della sua violenza, e tutti gli si sono scagliati contro: si son scagliati contro la connotazione violenta dei manifestanti e della polizia (peraltro, sembra, entrambi ineccepibili nei loro difficili ruoli sub-partes) o contro Saviano che, di per sé, è già significativamente carico di senso?

Quando piango, chi mi guarda è importante sappia il motivo? O è sufficiente che io pianga? Il senso è l’oggetto della ricerca, il bene ultimo per cui l’uomo naviga in mezzo ai fulmini della tempesta.

Come Adamo, che vedendo Eva credeva di aver trovato un punto d’approdo nella sua solitudine e si presentò: MADAM, I’M ADAM!

Quindi basta piangere, che poi non ha senso.

A meno che il senso non glielo dia chi piange. Ed in quel caso diventa significato. Aspettando TRON.

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