Le emozioni del “volo dell’angelo”

L’emozione ha una caratteristica: caratterizza e limita. Aggettivizza uno stato biochimico, parla del proprio vissuto e della propria coazione a ripetere. L’emozione si presenta sempre uguale per essere superata. Come quando si ha paura, e ci si accorge che la paura è divisione, è quel qualcosa che definisce e scontorna, ed in sua assenza c’è solo calma.

Come quando si percorre un labirinto. Una delle caratteristiche del labirinto sono i i suoi confini: il labirinto è limite, è l’essenza dell’andare solo avanti od indietro. Ma il labirinto conforta, ti toglie orientamento ma ti dona una direzione. E rimane solo l’andare.

Per uscire dal labirinto, bisogna solo abbatterne i muri ed entrare nel paesaggio.

Quello che resta è una determinazione sottile, quieta, potente. Il cuore si apre, lo sguardo esplode, la pelle diventa roccia e montagna, nuvola ed albero. E non c’è più niente che conti, perché si ha già tutto.

Quindi rimane da abbattere il muro della divisione e da accettare quello che viene. Abbattere il muro creato dal nervosismo e far posto alla gentilezza, sgretolare la preoccupazione a colpi di fiducia, schiacciare la fretta sotto il peso della gioia dell’atto. Sacrificare l’azione ed il pensiero all’atto ed al sentire, immolare tutto fino a quando non resti nulla, o meglio creare un altare di nulla sul quale immolare tutto.

Per uscire, si abbatte il limite del labirinto e rimane solo il panorama.

Per uscire, si abbatte il limite dell’emozione e rimane solo il sé.

Finalmente Vuoto.

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Dal 1906

Un rito che si ripete, ogni sera, da più di cento anni. Un avvocato a Londra che rinuncia a tutto questo, che non vuole che il rito sia tutta la sua vita.

La libertà è capire chi siamo, dove andiamo. Cosa ci guida.

Il concetto di libertà, se compreso profondamente, rivela tutto il suo potere: si è veramente liberi se si smette di scegliere. Il flusso sceglie per te, e finalmente sei scelto. O, meglio, ti lasci scegliere.

Al contrario, la libertà può essere una gabbia dalle sbarre sottilissime, ma dalle cui maglie è impossibile fuggire. Essere liberi e vittima delle proprie libertà. Senza il coraggio di essere libertini, solo affermando continuamente la propria possibilità di scegliere.

Quando si esce dalla gabbia, si entre nel fiume, e tutto scorre.

Verso il mare

Il Calabrone Verde e l’Ombra Nera

Una montagna può arrestare la pioggia? È sufficiente il Grande Altro e la Legge del Padre per trasformarsi in un calabrone verde? O forse bisogna avere una forte pre-disposizione…

Tre entità si rincorrono in circolo, senza volersi toccare, con il segreto desiderio di dominarsi ma la speranza che lasciando fare agli altri le cose possano andare a posto da sole: un autore, un comico, l’ombra di Bruce Lee (o la Sony Movie Picture). Le tre figure della “Ruota della Fortuna” degli Arcani Maggiori.

Bruce Lee come Bruce Labruce, essere perfetti in quello che si sa fare meglio (far soldi, per la Sony).

Un comico grande e grosso, egomaniaco e strafottente, ma bravissimo come strafottente.

Un autore da sempre, per sempre, cerebrale e freddo, lontano dalle lezioni di stomaco di Godard, ma altrettanto impegnato a ca(r)pire il segreto dell’immagine.

Lavorano tutti usando lo stesso mezzo: la sorpresa. La stessa sorpresa che ti dona presenza, il ricordo istantaneo del momento in cui ti riesci a sorprendere. L’eterna sorpresa del poter essere sempre sorpresi.

Una delle prime maschere della storia ci regala un conflitto atavico: la lotta con l’ombra padre. Da superare nella sua memoria, domando il presente, accorgendosi di quanto poco ingombri l’ingombrante ricordo. Rimane solo tenerezza, quello che sei diventato anche grazie a Lui. La vera sorpresa è quella meno sorprendente, più diretta.

Quel che rimane è tanta ammirazione per il cattivo, per l’ombra, senza la quale la luce non potrebbe brillare.

Infine, grazie a Tutti.

 

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Come essere Rambo in 4 settimane

Il mio rifleso nello specchio. Come guardare una videata di streetview e vedersi. Colpito dal cecchino elettronico. L’armistizio. Scappare dal vedersi. Trovarsi e, per questo, perdersi. Anche solo per un istante.

Questi giorni sto osservando e sentendo i miei limiti. Il limite del mio corpo, del mio respiro, della mia digestione, la portata della mia voce. L’ambito all’interno del quale io sono io, l’ambito dell’ ”io sono”. Spesso è difficile, ogni volta è più di uno sforzo, quindi una piccola sconfitta. Ogni volta l’ascolto è doloroso, forzato. Ma anche in quello sforzo, nella sospensione dei tentavi di annullarlo, c’è un passo in avanti. Osservazione senza analisi.

Come accettare anche le cose malvagie, tristi e nere, solo perchè sono tue e devi farci i conti.Ad un tratto posso chiamare per nome i fantasmi, posso vedere ed, infine, smettere di guardare. Distogliere lo sguardo per osservare altro, tutto l’altro, ed anche quello che stavo guardando.

Come fa Stallone con i suoi eroi: Rambo e, soprattutto Rocky.

Posso accettare la furia omicida, il non saper fare altro se non il mercenario, il bisogno dell’odore del sangue, l’essere un juke box che racconta le storie di quando combatteva con Apollo Creed.

Posso tener per mano il tempo, che è sempre gentiluomo, e lasciarmi condurre sugli unici passi da calcare: i miei.

Per fare questo, bisogna essere: un assassino, o un profeta, o un barbiere o una ereditiera. Sentire il proprio ruolo ed andare oltre il ruolo, per far rimanere solo la realtà. Nella presenza.

Fare i conti con i propri sé, come fare i conti con una mappa, come guardare l’omino di streetview e ricordarsi che quello non è vero, è una foto, un momento che già non c’è più. Ed allora intellettualizzare sul presente, linea di separazione tra passato e futuro, la cui esistenza è così sottile… l’interstizio, ascoltare il vuoto, rendersi conto del silenzio tra i tasti battuti, la presenza. Il presente come presenza, il presente come assenza di passato e futuro.

Tutto qui. Tutto adesso. Perchè in ogni momento della mia vita ho vissuto ora, vivo ora, vivrò ora.

E basta.

 

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Come costruire un uovo dai pezzi del suo guscio

Come ci si sente a scoprire che qualcuno ha già fatto i puzzle con le migliori esplosioni atomiche della storia? Come ci si sente a scoprire che esistono le esplosioni atomiche?

È come quando stai a guardare la Madonna e lei all’improvviso ti mostra le tette. O era Madonna?

È bello avere un blog, avere un posto dove scaricare quello che il pensiero a volte non riesce a cogliere, ma che, se fissato, può palesarsi.

La mente, in continuo movimento, è l’unica cosa che sarebbe meglio stia ferma. Il movimento è indispensabile per la vita, per l’evoluzione, e la mente lo sa. Per questo sta in movimento. L’eccessivo movimento ti impedisce di godere, però, il momento “ora”. Quell’adesso continuo che invece è l’unico accesso ad una maggiore presenza. Allora si medita, si cerca, si pensa, ci si spacca la testa. Ma tutto è lì a portata di mano: sentire, ogni momento, il proprio cuore.

Percepirne i sentimenti sarebbe molto bello, ma basta ascoltarlo battere. Basta sentire il proprio corpo: sentire il sudore, sentire il rumore, sentire lo smog sulla pelle. Sentire l’umido della saliva della donna che ami. Sentire, e non giudicare. Sentire, e stare, senza scappare in un momento nel pensiero “mi piace-che schifo”, “sarebbe meglio-potrei fare”.

Senza scappare in “potrebbe essermi utile-mi fa male”, “ho paura-devo smettere-devo cambiare”.

Troppe volte ho sentito dire “avresti potuto fare”, troppe volte Maradona ha ciccato il tiro decisivo. Non giudicare, guarda il replay, se riesci non guardarlo proprio.

Un impianto ad alta fedeltà serve ad ascoltare meglio, ascoltare tutto. Ed è bello, ogni tanto, metterci una brutta canzone.

Perchè c’è sempre qualcosa di più da ascoltare.



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