La maschera, l’emozione ed il senso

La maschera è ciò che mi nasconde, che nasconde “me”, ma contemporaneamente rivela quello dietro al quale mi sto mascherando. E’ un reato flagrante. Basta guardare.

Ogni emozione è una maschera, ogni momento in cui mi scordo dove sono e quali sono i miei confini indosso una maschera che spero mi accolga, con la mia incompletezza ed il mio peccato ed ancora una volta mi perdoni ed ancora una volta si lasci indossare.

Non basta non volerla indossare, una maschera. Per smettere di farlo bisogna provarla, guardarla nella propia mano, crogiolarsi allo specchio, confrontare il proprio sè con quello che gli piace, mi piace e deve smettere di piacermi per essere davvero significato.

Allora benvengano l’odio che scava la sua tana nel cuore, la paura che corrode l’energia dei reni, la rabbia che colora il fegato di quel verde denso,  la tristezza che si annida nei polmoni, la preocupazione che ingiallisce il mio stomaco.

Benvenuti, perchè se vi conosco posso accogliervi come meritate.

Con amore.

 

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Come costruire un uovo dai pezzi del suo guscio

Come ci si sente a scoprire che qualcuno ha già fatto i puzzle con le migliori esplosioni atomiche della storia? Come ci si sente a scoprire che esistono le esplosioni atomiche?

È come quando stai a guardare la Madonna e lei all’improvviso ti mostra le tette. O era Madonna?

È bello avere un blog, avere un posto dove scaricare quello che il pensiero a volte non riesce a cogliere, ma che, se fissato, può palesarsi.

La mente, in continuo movimento, è l’unica cosa che sarebbe meglio stia ferma. Il movimento è indispensabile per la vita, per l’evoluzione, e la mente lo sa. Per questo sta in movimento. L’eccessivo movimento ti impedisce di godere, però, il momento “ora”. Quell’adesso continuo che invece è l’unico accesso ad una maggiore presenza. Allora si medita, si cerca, si pensa, ci si spacca la testa. Ma tutto è lì a portata di mano: sentire, ogni momento, il proprio cuore.

Percepirne i sentimenti sarebbe molto bello, ma basta ascoltarlo battere. Basta sentire il proprio corpo: sentire il sudore, sentire il rumore, sentire lo smog sulla pelle. Sentire l’umido della saliva della donna che ami. Sentire, e non giudicare. Sentire, e stare, senza scappare in un momento nel pensiero “mi piace-che schifo”, “sarebbe meglio-potrei fare”.

Senza scappare in “potrebbe essermi utile-mi fa male”, “ho paura-devo smettere-devo cambiare”.

Troppe volte ho sentito dire “avresti potuto fare”, troppe volte Maradona ha ciccato il tiro decisivo. Non giudicare, guarda il replay, se riesci non guardarlo proprio.

Un impianto ad alta fedeltà serve ad ascoltare meglio, ascoltare tutto. Ed è bello, ogni tanto, metterci una brutta canzone.

Perchè c’è sempre qualcosa di più da ascoltare.



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L’esplosivo piano di Bazil di J.P. Jeunet

Il cinema di Jeaunet è godibile perchè usa sfacciatamente gli strumenti del cinema, mettendone in scena la fascinazione e l’ipnosi. E già sarebbe (meravigliosamente) tutto qui.

Questo ultimo film, in particolare, espande un salto indietro nel tempo e nello spazio, come in un luogo a gravità accresciuta. Come (quasi) sempre quando si parla del francese. Racconta il viaggio di questo carrozzone di 8 persone: Bazil, che ha una pallottola in testa e può morire da un momento all’altro, ma prorpio per questo decide di vivere; un uomo cannone; una contorsionista; una freak della quantificazione; un africano; un ingegnere del recupero; un vecchio, saggio capo.

Questi cercano di fare le scarpe a 2 produttori e trafficanti di armi. La cosa veramente straordinaria, questa volta, è che ognuno fa solo il suo mestiere, usa il suo talento: l’uomo cannone, ad esempio, è solo un uomo cannone. Così come i trafficanti d’armi, lungi dall’essere buoni o cattivi, son solo trafficanti. Il cinema ci rivela che in una storia ognuno è quello che deve essere, e nulla più, ma anche niente di meno. Immagina Gasparri che, invece di ripetere a marionetta le battute scritte da un pessimo sceneggiatore, di colpo fosse lui stesso e tacesse. Come se tacesse quella voce nasale che anima i nostri discorsi, come se all’improvviso un caldo silenzio avvolgesse tutto e permettesse al tutto di parlare.

Ecco scomparire, per una volta, ogni doppiezza, ed il gioco del doppio è necessario proprio per questo: 2 valigie, 2 trafficanti, 2 tiri di cannone, una coppia che si innamora, molte storie.

Ma soprattutto una sublime scena conclusiva, in cui si (s)vela l’inganno dei sensi, che tramuta in immagini le percezioni e ci convince della verità  di eventi meno che reali.

“Oggi papà si è perfino paragonato a Rimabud!” – “Bravo, papà ma devi farti venire più muscoli!” – ”Rimbaud, figliolo, non Rambo.”

L’illusione ed il malinteso che costruiscono mondi.

Una volta tanto, perfetti.

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