La tempesta ed il Cigno

Il petrolio è un’ottima metafora di quello di cui ha bisogno ogni essere umano: cercare e, una volta trovato, raffinare ed usare, al limite inquinando. La stessa operazione dell’alchimia, della ricerca della pietra filosofale, del feto immortale.

Liberare il desiderio per liberarsi: altra forma di opera raffinata.

Ma raffinare significa levare, sottrarre, trasformare, distillare. Una buona grappa, concentrazione ed essenza.

Come ne “Il Cigno Nero”, di D. Aronofsky, bisogna accettare la propria parte oscura, coglierne i processi creativi, legarsi agli impulsi bestiali attraverso i quali essa ci guida. Così come bisogna abbracciare la propria parte chiara, la sua energia conservativa ed amorevole, la sua quasi ottusa apertura intellettuale e relazionale.

Non come il James Franco di Danny Boyle, film dalla maschera rivoluzionaria ma che include una abbacinante carica conservatrice, sia dal punto di vista visuale che narrativo, il quale vive una storia incredibile e sceglie di continuare come se mai l’avesse vissuta.

“Imparare uno strumento vale come qualsiasi altra cosa. Si tratta di sviluppare noi stessi come esseri umani, cambiare durante questo viaggio” ricorda Dylan Carlson dei mastodontici Earth.

Liberare il desiderio, annullare il desiderare. Raffinare la sua energia logorante, maleodorante e corrosiva. Accettare il dolore, smettere di avere il marmo sul cuore.

Dal marmo si crea, il diamante riluce.

Sapere dove rivolgere lo sguardo.

Conoscere cosa si riflette sull’argento dello specchio.

Scavare senza aspettarsi nulla, finalmente tacere.

Quando il cuore è quieto, il mare in tempesta sembra un buon amico.

Perchè lo è.

Il Calabrone Verde e l’Ombra Nera

Una montagna può arrestare la pioggia? È sufficiente il Grande Altro e la Legge del Padre per trasformarsi in un calabrone verde? O forse bisogna avere una forte pre-disposizione…

Tre entità si rincorrono in circolo, senza volersi toccare, con il segreto desiderio di dominarsi ma la speranza che lasciando fare agli altri le cose possano andare a posto da sole: un autore, un comico, l’ombra di Bruce Lee (o la Sony Movie Picture). Le tre figure della “Ruota della Fortuna” degli Arcani Maggiori.

Bruce Lee come Bruce Labruce, essere perfetti in quello che si sa fare meglio (far soldi, per la Sony).

Un comico grande e grosso, egomaniaco e strafottente, ma bravissimo come strafottente.

Un autore da sempre, per sempre, cerebrale e freddo, lontano dalle lezioni di stomaco di Godard, ma altrettanto impegnato a ca(r)pire il segreto dell’immagine.

Lavorano tutti usando lo stesso mezzo: la sorpresa. La stessa sorpresa che ti dona presenza, il ricordo istantaneo del momento in cui ti riesci a sorprendere. L’eterna sorpresa del poter essere sempre sorpresi.

Una delle prime maschere della storia ci regala un conflitto atavico: la lotta con l’ombra padre. Da superare nella sua memoria, domando il presente, accorgendosi di quanto poco ingombri l’ingombrante ricordo. Rimane solo tenerezza, quello che sei diventato anche grazie a Lui. La vera sorpresa è quella meno sorprendente, più diretta.

Quel che rimane è tanta ammirazione per il cattivo, per l’ombra, senza la quale la luce non potrebbe brillare.

Infine, grazie a Tutti.

 

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La cultura pop per ri-formare la riforma

Amo le forme ibridate. Le scoprii per la prima volta ascoltando i Rage Against the Machine, così sfacciatamente bifronti tra metal e rap, e capii, finalmente, il senso della parola “cross-over”. Oggi siamo tutti un po’ ibridi, ed è un bene. Essere permeabili arricchisce i panorami, rende l’aria più leggera. Autorizza (e la legge è importante) ad essere più vicini a quello che si vuole rappresentare, a volte perfino a quello che si vuole essere.

Le nuove forme con sempre meno forma ci aiutano, si mischiano, ci permettono di mischiarci. Ecco perchè l’ibridazione dei linguaggi mi affascina. Una storia come quella di “Scott Pilgrim VS. il mondo”, ancor prima che la formazione di un ragazzo che si estrae spade dal petto ma fatica a trovare lavoro, racconta quella nostra: la formazione di ragazzi/e cresciuti/e a fumetti, videogiochi, videoclip, cultura pop lanciata dai potenti cannoni della comunicazione di massa.

Quindi “Buried”, che sperimenta un vecchio linguaggio in un nuovo spazio, espandendolo fino all’inverosimile, rubando letteralmente, minuti ai nostri orologi, fa sorridere; è anche la metafora di una serie di attività cui diamo importanza ma che, davvero, poi non ne hanno tanta.

La nostra classe politica ama un popolo sempre più pop, dal quale attingere manodopera a basso costo ed potere d’acquisto che, sui numeri, basa comunque l’impero dei pochi.

Ma la vera cultura pop nasce, inconsapevolmente, come interstizio rubato a questo meccanismo. È la leva piazzata nell’ingranaggio giusto, che fa saltare tutto il macchinario. E’ deliziosamente ed incosapevolmente antagonista di se stessa.

Per scardinare il precostituito, per disarticolare quello che ci viene pro(-im-)posto, la piazza aiuta, ma la cultura fa di più. Oggi la cultura non costa più, quindi è di tutti. Tutto è cultura pop, anche le follie di Guy Debord sono una nicchia pop oramai neanche troppo piccola. Anche i fumetti di Alan Moore o i misuratori vitali di Mortal Combat. O stare su un trattore ad arare e seguire il corso delle stagioni.

La cultura pop si ibrida e le sue ibridazioni sono super eroi vestiti da donne in carriera adoratrici di porno amatoriale. Donne vestite da generale che sfornano crostate che rendono più intelligenti. Cattivi che nascono Cattivi ma poi voglio fare i Buoni (Megamind).

Quest è la forza, questo è quello che la Gelmini, con la sua piccola riforma, non riuscirà a fare. Ma che potrebbe realizzare Hirst facendola a fette e mettendola in formaldeide, come gli squali. In fondo anche Lei è un supereroe (o un cattivo?).

La leva della cultura pop è importante. Tutti in piazza a mostrare quanto siamo pop, quanto si può riuscire ad esserlo solo provandoci.

Troviamo la cultura, per poi lasciarla, e lasciarci andare.

La nostra cultura ibridata, ma per questo unita.

Una.

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L’esplosivo piano di Bazil di J.P. Jeunet

Il cinema di Jeaunet è godibile perchè usa sfacciatamente gli strumenti del cinema, mettendone in scena la fascinazione e l’ipnosi. E già sarebbe (meravigliosamente) tutto qui.

Questo ultimo film, in particolare, espande un salto indietro nel tempo e nello spazio, come in un luogo a gravità accresciuta. Come (quasi) sempre quando si parla del francese. Racconta il viaggio di questo carrozzone di 8 persone: Bazil, che ha una pallottola in testa e può morire da un momento all’altro, ma prorpio per questo decide di vivere; un uomo cannone; una contorsionista; una freak della quantificazione; un africano; un ingegnere del recupero; un vecchio, saggio capo.

Questi cercano di fare le scarpe a 2 produttori e trafficanti di armi. La cosa veramente straordinaria, questa volta, è che ognuno fa solo il suo mestiere, usa il suo talento: l’uomo cannone, ad esempio, è solo un uomo cannone. Così come i trafficanti d’armi, lungi dall’essere buoni o cattivi, son solo trafficanti. Il cinema ci rivela che in una storia ognuno è quello che deve essere, e nulla più, ma anche niente di meno. Immagina Gasparri che, invece di ripetere a marionetta le battute scritte da un pessimo sceneggiatore, di colpo fosse lui stesso e tacesse. Come se tacesse quella voce nasale che anima i nostri discorsi, come se all’improvviso un caldo silenzio avvolgesse tutto e permettesse al tutto di parlare.

Ecco scomparire, per una volta, ogni doppiezza, ed il gioco del doppio è necessario proprio per questo: 2 valigie, 2 trafficanti, 2 tiri di cannone, una coppia che si innamora, molte storie.

Ma soprattutto una sublime scena conclusiva, in cui si (s)vela l’inganno dei sensi, che tramuta in immagini le percezioni e ci convince della verità  di eventi meno che reali.

“Oggi papà si è perfino paragonato a Rimabud!” – “Bravo, papà ma devi farti venire più muscoli!” – ”Rimbaud, figliolo, non Rambo.”

L’illusione ed il malinteso che costruiscono mondi.

Una volta tanto, perfetti.

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